Coronarografia: indicazioni e rischi dell’esame coronarografico

Coronarografia: indicazioni e rischi dell’esame coronarografico
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La coronarografia (CNG) è un esame utilizzato per lo studio delle arterie coronarie, cioè le arterie che nutrono di sangue ossigenato il muscolo cardiaco, In caso di ostruzione delle arterie coronarie, il cuore può andare incontro ad ischemia miocardica, che si manifesta con i segni e i sintomi di angina pectoris  – dolore al petto, situato sotto la mammella di sinistra o dietro lo sterno, spesso irradiato al braccio e alla spalla di sinistra – o di vero e proprio infarto miocardico, nel quale oltre ai sopradescritti sintomi si aggiunge una alterazione degli enzimi cardiaci (troponina T e I, mioglobina, creatinkinasi). La coronarografia permette anche il trattamento delle alterazioni aterosclerotiche coronariche, tramite l’angioplastica – l’allargamento dei vasi ristretti – e lo stenting – posizionamento di stent, piccoli tubicini che tengono la coronaria aperta anche a distanza dalla procedura.

Coronarografia

Cosa sono cuore e coronarie? Il cuore è un organo fondamentale del corpo umano: si tratta di una pompa muscolare situata nel torace che si contrae ritmicamente e in maniera costante per garantire un adeguato flusso sanguigno ai polmoni e al resto dell’organismo. Buona parte del cuore è composto dal miocardio, particolare tipologia di muscolo che si contrae automaticamente e ritmicamente quando riceve un sufficiente apporto di ossigeno e di sostanze nutritive.

All’interno del cuore si trovano quattro distinte cavità: le due superiori sono gli atri, quelle inferiori i ventricoli. Una spessa parete muscolare divide la metà destra (destinata a ricevere il sangue deossigenato) da quella sinistra, che invia il flusso sanguigno ricco di ossigeno dai polmoni a tutte le parti del corpo.

Per questo motivo si parla del cuore come di una pompa a doppia funzione, dato che le due metà dell’organo hanno funzioni distinte ma interdipendenti. Vene e arterie che entrano nel cuore sono chiamate coronarie e hanno la funzione di assicurare la circolazione coronarica: infatti il miocardio è un muscolo particolarmente spesso, quindi necessita di una fitta rete vascolare, che penetri in profondità. Di conseguenza è fondamentale verificare che sia in perfetto stato e non si verifichino ostruzioni oppure restringimenti che limitano il flusso sanguigno.

Cos’è e come si fa una coronarografia

La coronarografia (CNG) è una tecnica radiologica per l’osservazione di vene e arterie che entrano nel cuore. Questo sistema viene chiamato anche angiografia coronarica e si basa sull’introduzione nei vasi sanguigni di un mezzo di contrasto iodato, nella maggior parte dei casi una sostanza radiopaca, cioè un composto iodato sottoposto successivamente a raggi X.

Questo esame viene eseguito per diversi motivi, in particolare per individuare le malattie che alterano le caratteristiche e il volume dei vasi sanguigni. Ad esempio la coronarografia consente di individuare un’ostruzione di un vaso o un suo restringimento legati alla formazione di un ateroma, di un trombo o di un embolo. In altri casi permette di aneurismi che indeboliscono la parete di vene e arterie che entrano nel cuore.

Eseguire una coronarografia permette anche di individuare alterazioni della trama dei vasi che portano il sangue al muscolo cardiaco, mentre in altre circostanze ancora il test diagnostico consente di determinare un’infezione delle coronarie: nella maggior parte dei casi comunque questo esame è prescritto nel sospetto di una cardiopatia ischemica o per la diagnosi e la terapia in presenza di un infarto miocardico in atto o recente.

Questo esame permette di osservare eventuali anomalie a livello dei vasi sanguigni caridiaci, iniettando il mezzo di contrasto attraverso un catetere sottile, formato da un flessibile tubicino di plastica. La coronarografia viene distinta in varie tipologie a seconda del vaso sanguigno nel quale viene inserito il catetere: infatti si può operare sull’arteria femorale all’altezza dell’inguine, sui vasi carotidei che decorrono nel collo oppure sull’arteria brachiale poco sopra il gomito.

Di conseguenza si parla di coronarografia femorale, caroditea oppure radiale. Prima di effettuare questa operazione, bisogna iniettare un anestetico locale per rendere insensibili la pelle e i tessuti circostanti la zona in cui si inserisce il catetere. Verrà poi inserito nell’arteria un ago per via percutanea e, attraverso questa guida, un filo metallico lungo e sottile, cavo all’interno e con la punta arrotondata. Sarà quindi possibile spingere con delicatezza il catetere nel vaso sanguigno da esaminare, ovvero le arterie coronarie.

Successivamente il medico inietterà nell’arteria il mezzo di contrasto grazie al catetere per poi effettuare una rapida sequenza di immagini radiologiche oppure un filmato che in tempo reale permette di vedere i vasi sanguigni che si opacizzano – si riempiono – di mezzo di contrasto. Questa procedura consente di monitorare la disposizione, la conformazione e le eventuali anomalie dei vasi sanguigni, per poter studiare la circolazione sia nell’arteria principale che nelle sue diramazioni, e delle cavità cardiache.

Quali sono le tipologie di coronarografia?

Esistono diverse tipologie di coronarografia che si possono effettuare in base all’esame diagnostico da mettere in atto e delle condizioni cliniche del paziente. Ad esempio si può effettuare un’angiografia carotidea se il soggetto soffre di attacchi ischemici transitori che presentano al tempo stesso sintomi di ictus che durano meno di 24 ore. In questo modo è possibile verificare la presenza di un’occlusione oppure un restringimento più o meno grave di una delle arterie carotidee, fattore che può limitare l’afflusso di sangue al cervello. Questo tipo di esame viene spesso effettuata insieme a un cateterismo cardiaco, così da poter identificare la sede dell’ostruzione oppure del restringimento dei vasi sanguigni. In questo modo è possibile realizzare un bypass coronarico o un’angioplastica con palloncino per risolvere il problema. A seconda del punto del corpo nel quale viene introdotto il catetere cambia il termine con il quale indicare la tecnica utilizzata. Ad esempio di parla di coronarografia femorale se il catetere viene introdotto attraverso un accesso creato nell’arteria femorale e quindi posizionato a livello inguinale. Invece viene definita coronarografia radiale la tecnica che consente di raggiungere la valvola aortica attraverso l’arteria radiale situata nel braccio a livello del gomito. Esiste una tipologia di coronarografia non invasiva chiamata angiografia sottrattiva digitale: si tratta di una soluzione che utilizza tecniche computerizzate per elaborare le immagini, così da avere una definizione più nitida. Al tempo stesso questa tecnica consente di sottrarre oppure di eliminare le informazioni di sottofondo indesiderate: in questa maniera le immagini risultanti riguardano soltanto dei vasi sanguigni che il medico deve studiare. Questa tipologia di sistema radiologico risulta più vantaggiosa rispetto alle altre soluzioni perché permette di utilizzare una quantità decisamente minore di mezzo di contrasto e l’iniezione può essere effettuata per endovena. La tecnica non invasiva viene anche definita con il nome coronaro TC oppure angio-TC coronarica: per visionare e scansionare le arterie coronarie, così da poter diagnosticare varie patologie cardiache e individuare l’eventuale presenza di placche aterosclerotiche, si effettua una tomografia computerizzata. Anche in questo caso viene utilizzato un mezzo di contrasto, tuttavia esistono alcune particolarità che consentono di distinguere questo esame dalla classica tecnica. Innanzitutto il soggetto sottoposto all’esame deve essere a digiuno (mentre nel caso della CNG bsiogna non aver assunto cibi e liquidi nelle precedenti 8 ore) e la procedura avviene in apnea: per questo motivo dura pochissimi secondi. Successivamente il computer rielabora le immagini e le scansioni delle arterie coronarie che vengono utilizzate dal cardiologo e dal radiologo per stilare il referto medico.

Cosa significano angioplastica e stent?

A volte, in abbinamento alla coronarografia delle coronarie attraverso un catetere, viene prescritta l’angiografia delle camere del cuore. Inoltre è possibile misurare le pressioni endocavitarie, così da verificare il valore delle pressioni intravascolari e la presenza di patologie che interessano i lembi valvolari, ad esempio un’insufficienza cardiaca oppure una stenosi. L’angiografia permette di misurare le dimensioni di vene e arterie che entrano nel cuore, degli atri e dei ventricoli del muscolo cardiaco. Al tempo stesso si verifica quale sia la funzionalità generale e segmentaria dei ventricoli stessi. A seguito dei risultati della coronarografia è possibile mettere a punto una procedura di angioplastica cardiaca oppure impiegare uno stent per risolvere le occlusioni dei vasi sanguigni. Nel primo caso si ha a che fare nella maggior parte dei casi con una placca ateroma sica, che a sua volta provoca il restringimento del lume, problema definito in termini medici come stenosi. Per effettuare una dilatazione del vaso sanguigno si introduce attraverso una puntura percutanea in presenza di un’arteria una particolare tipologia di catetere a palloncino. Quest’ultimo viene fatto risalire fino a raggiungere il vaso stenotico e gonfiato proprio dove si è verificato il restringimento: in questo modo il vaso sanguigno ritorna del suo normale diametro e, di conseguenza, il flusso circolatorio viene ripristinato correttamente. Anche l’adozione dello stent consente di eliminare oppure ridurre notevolmente la stenosi dei vasi sanguigni, ma consente anche di escludere la presenza di un aneurisma. Con questo nome si indica una speciale struttura metallica cilindrica a maglie da introdurre nei vasi sanguigni oppure negli organi a lume (caratterizzati dal fatto di essere cavi o visceri). Lo stent viene, una volta posizionato correttamente, fatto espandere fino a raggiungere lo stesso diametro del vaso sanguigno. Successivamente si consiglia la somministrazione di un’aspirinetta. I pazienti a rischio trombosi, invece, possono essere sottoposti a un trattamento a base di farmaci antiaggreganti.

Rischi della coronarografia

La coronarografia in genere non presenta grandi rischi perché si tratta di un mezzo diagnostico molto sicuro. Di solito il mezzo di contrasto utilizzato per effettuare l’esame produce soltanto una sensazione di calore che si protrae per alcuni secondi: spesso nel punto in cui si esegue l’iniezione gli effetti sono maggiormente percepibili. L’effetto collaterale più serio che si può manifestare è una reazione allergica provocata dal mezzo di contrasto utilizzato. Tuttavia, grazie ai recenti mezzi di contrasto sviluppati, il rischio di reazione grave a seguito di una coronarografia è inferiore a 1 su 80.000 esami. Altri rischi che possono interessare le persone che si sottopongono a questo esame è una lesione dei vasi sanguigni oppure una rottura delle coronarie. Questo problema può verificarsi sia nella sede della puntura e e nella sede di iniezione del mezzo di contrasto che in qualunque punto del vaso sanguigno mentre si inserisce il catetere. Se si esegue un’angiografia sottrattiva digitale i rischi di danno ai vasi sanguigni sono minori perché il catetere viene inserito superficialmente. Inoltre questa tecnica diagnostica è controindicata per chi risulta allergico alle soluzioni iodate oppure per i pazienti che sono sottoposti a trattamento insulinico in quanto affetti da insufficienza renale. Per questo motivo il medico, prima di prescrivere la coronarografia, deve esaminare con grande attenzione le condizioni di salute del soggetto e la sua storia clinica. Al tempo stesso questa procedura non può essere messa in atto sulle donne in stato di gravidanza perché l’impiego dei raggi X potrebbe avere effetti collaterali oppure pregiudicare la salute del feto. Inoltre la CNG è poco indicata per le persone che sono affette da obesità.

Durata dell’esame e degenza media necessaria

A seconda della motivazione alla base dell’esame, la coronarografia può avere una durata molto variabile. Infatti in alcuni casi sono sufficienti pochi minuti, mentre in altri occorrono anche 2-3 ore per poter monitorare l’intera rete dei vasi sanguigni oppure una parte. A seconda della durata dell’esame varia anche il periodo di tempo in cui il paziente rimane in osservazione dopo essere stato sottoposto alla coronarografia. In genere devono trascorrere alcune ore, che in alcuni casi possono essere 5-6. Una volta che i medici si assicurano che il soggetto non manifesta complicazioni di vario tipo e che risulta in buone condizioni di salute, possono firmare il foglio di dimissioni dal ricovero ospedaliero. Il periodo di degenza, tuttavia, continua anche a casa in quanto il paziente deve rimanere a riposo per almeno le 24 ore successive.

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